L’intervista impossibile con… Diego Armando Maradona

Sogno o son desto. A tu per tu con Maradona nell’intervista che tutti oggi vorrebbero fare e che si realizza nel dormiveglia. Una chiacchierata con l’idolo di Napoli che apre il suo cuore e rivela: “A ventotto anni ho rallentato la mia vita”


di Andrea Buonaiuto

Si fa persino fatica a dormire. Sul comodino qualche buon vecchio libro ‘noir’, nei pensieri i miti di una vita intera. L’abbandono dei sensi giunge tuttavia al comando, un ‘sogno’ prende il sopravvento.

Un’ombra che spunta dall’ignoto. Statura bassa, capello crespo, stomaco generoso, piede sinistro mezzo aperto ad aprire il passo. Sagoma familiare. Partono le domande di un’anima curiosa. 

Anche lei non dorme?
“Come te collega della notte… già dormito abbastanza”.

Ma la voce mi è nota, ancor più del suo aspetto. Ma lei è… Diego?
“Sono io. Dammi del ‘tu’”.

Ma tu sei….?
“Morto? Guardati intorno, pensi che la gente mi consideri morto?”

Sinceramente no. Sei più presente ora rispetto a qualche tempo fa…
“Perché ho realizzato cose che rimarranno indelebili. Sono fortunato, altri artisti realizzano ‘cose’ ma non avranno la stessa fortuna di godere di questo privilegio”.

Perché tu sei Maradona.
“Ma nel privato sono Diego. Ed è forse questa dicotomia nome/cognome che ha originato in me un disagio ossessivo nei confronti dell’esistenza”.

Forse quando eri Diego sapevi come fare, quando dovevi risultare Maradona perdevi di vista i margini?
“Lascialo dire a me. Ma non credo sia così. Sono comunque cose che restano all’interno della mia sfera familiare. Prima la famiglia, poi il calcio”.

Già il calcio. Sai che anche molti hanno pianto il 2 aprile del ’91?
“Quando sono andato via da Napoli. Dopo Napoli-Bari, anzi no. Sampdoria-Napoli. Giocai le ultime partite, contro Maiellaro… che talento che era, anche lui buono per Napoli. E poi contro Vialli e Mancini, fui contento che la Samp vinse quello scudetto”.

Ma scappasti di sera…
“Non scappai, me ne andai semplicemente e lo sapevate tutti. Anzi, sarei dovuto partire prima. Claudia e le mie figlie partirono subito. Io ero indeciso, ma dopo due giorni presi l’aereo e tornai in Argentina”.

Si disse che dovesti ricevere alcuni amici prima di farlo, per sistemare alcune ‘divergenze’…
“Dipende da cosa intendi per amici. Per questo mi sono mollato così bruscamente da Napoli e dall’Italia: qualsiasi cosa riguardasse me, ne veniva amplificata la storia con l’aggiunta di dettagli, a volta molto fantasiosi, che componevano un copione. Posso dire che il copione dell’intera mia storia sulle cronache dei media è molto più interessante della mia vita stessa, tolto anche il calcio. I miei errori sono sotto gli occhi di tutti ma riproporli moltiplicati per dieci, non è buon esercizio della stampa”.

I compagni di squadra ti hanno sempre difeso, anche i tuoi avversari…
“Non so dirti precisamente il motivo… forse rispetto reciproco, amore per il calcio. So che piaceva agli altri il fatto che non mi lamentassi per i falli subiti o se qualche compagno sbagliava un passaggio. Per me era naturale, ma poi ho capito che non era così per tutti. Anni dopo un calciatore che volle conoscermi mi disse che, quando era alla Sampdoria, soffriva tantissimo le ‘sgridate’ di Mancini in campo”.

Anche lui grande dieci…
“E ora grande allenatore con la nazionale. Si vedeva già sul campo. Nei Napoli-Samp   mi accorgevo delle sfuriate che aveva con Boskov, a volte sembrava che fosse lui a guidare la squadra dall’interno del campo”.

Alcuni ex calciatori della serie A negli anni hanno confessato, che quello della cocaina era un ‘vizio’ che, a quell’epoca, percorreva trasversalmente molte rose di quella serie A e che, probabilmente, tu sei stato un parafulmine per loro:
“Sono cose che posso capire. Ma non so nulla riguardo ai vizi di compagni o di avversari. Sono cose che non mi riguardano”.

Ti ricordi quando ha inizio la tua storia con la droga?
“Ricordo. Come al solito c’entrano momenti in cui credi di poter essere spensierato, di piacere più alle donne, di assorbire meglio musica o la gente che ti sta intorno. Ma non è così, dopo un po’ tendi a nasconderti e perdi le parti migliori della serata stessa”.

Un tuo ex compagno ha detto che hai cominciato quando eri ancora in Argentina, certamente prima di Napoli.
“Non è importante questo”.

Da episodi isolati, hai poi cominciato a perdere il controllo della situazione.
“Ricordi quando si diceva che non andassi agli allenamenti? Il più delle volte andava così: dopo una notte ‘insonne’, passavo l’intero giorno successivo a letto o nella vasca da bagno. Non volevo vedere nessuno… era un misto tra vergogna, imbarazzo, protezione e copertura. La realtà è che non coprivo un bel niente. Un po’ alla volta tutta la città se ne accorse, e poi l’Italia e il mondo intero. Solo dopo mi sono reso conto di aver perso anni di calcio. A 28 anni ho iniziato a rallentare il mio gioco, a giocare più da fermo. Mi divertivo sempre come un matto e comunque ho continuato a vincere. Ma non allenandomi costantemente persi molto sull’allungo precocemente. Non me lo perdono”.

Qual era il tuo colpo preferito?
“Il dribbling a rientrare. Quando giocavo mi chiedevano sempre della ‘rabona’. Ma, su tutti, preferivo saltare l’avversario rientrando con una sorta di ‘morso di serpente’ da fermo che facevo con l’interno punta del piede: troppo veloce. Inoltre, mi riusciva benissimo con il ‘sombrero’. Lo facevo in velocità pazzesca: era tipo un ‘colpo di frusta’ che davo con l’interno collo a orientare il pallone verso la direzione che avevo in mente… saltavo l’avversario facendo passare il pallone sopra la loro testa”. 

Il tuo avversario per eccellenza?
“Matthaeus e Baresi”.

Perché nell’estate dell’89 non volevi più tornare a Napoli?
“Perché avevo l’accordo con il presidente Ferlaino per andare al Marsiglia. Mi disse ‘portami la Coppa Uefa e ti lascio andare’. Ma poi alla consegna della Coppa, mi si avvicinò all’orecchio: ‘mi dispiace non parti’. Ci sono le immagini della Rai… mi sentii tradito e cominciai a rifiutare mentalmente l’ambiente lasciandomi un po’ andare. Avevo bisogno di cambiare aria, come del resto la mia famiglia”.

Quella volta a Mosca, novembre ’90, in coppa dei Campioni con il Napoli?
“Andò così. Ad inizio settimana non mi ero presentato agli allenamenti. Si avvicinava il giorno della partita con lo Spartak e la società non riusciva a rintracciarmi. Nelle ore precedenti la partenza per Mosca, faccio sapere a Moggi dai miei compagni che dovevo solo preparare la valigia e che mi sarei presentato a Soccavo per viaggiare con la squadra. Stavo solo prendendo tempo: non volevo vedere nessuno ma comunque desideravo giocare. Moggi allora chiama Ciro Ferrara e dice di di venire da me insieme ad altri due compagni. Ma quando Ciro bussa alla porta, si palese mia moglie Claudia dicendo che sto dormendo e loro sono costretti ad andarsene. Il Napoli parte senza di me. Io raggiungo Mosca con un jet privato dicendo ai giornalisti che sono lì in qualità di turista tifoso del Napoli. Tra le polemiche Bigon mi inserisce in extremis nella distinta e gioco mezz’ora. Uscimmo ai rigori. Che peccato… però visitai la Piazza Rossa blindatissima di notte, e in pelliccia bianca grazie ad autografi fasulli allungati dall’addetto stampa alle guardie russe. C’erano anche agenti dei servizi segreti”.

Hai saputo? La tua battaglia con il Fisco italiano è giunta al termine: è stato stabilito che non avevi nessuna responsabilità in merito a quella vicenda?
“Meglio tardi che mai, mi dispiace solo di non poter più protestare all’esproprio illecito dei miei beni… Ma ora è tardi”.

È tardi?
“Si. Torno a dormire”.

Diego, cosa hai fatto in tutti questi mesi?
“Sono andato a letto presto….”

Su quest’ultima uscita, che sa tanto di citazione, che scuote un sussulto. Giri e rigiri sui ‘versi’ in un letto. Tra sogno e finzione del pallore aspetto.

Commenti

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  1. Gio Lodetti

    17 Marzo 2021 at 11:53

    Simpaticissima idea ! Un abbraccio Andrea …che fantasia ..😀

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