AstraZeneca, Remuzzi: “Su vaccino parlino i dati”

“Quando avremo dati epidemiologici che dimostreranno che” fra i vaccinati con AstraZeneca “c’è una frequenza più alta di quanto ci si potrebbe aspettare di fenomeni tromboembolici, allora potremo cominciare a pensare a una relazione causa-effetto” fra questi eventi e il vaccino anti-Covid. E’ estremamente cauto Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. E del capitolo del vaccino AstraZeneca parla a fatica, “perché – spiega all’Adnkronos Salute – in questo momento non ci sono dati su cui esprimersi”. Premesso questo, “ci sono alcune peculiarità che vanno senz’ao studiate, ma il mio messaggio è: finché non c’è evidenza epidemiologica di un’incidenza maggiore di questi fenomeni rispetto a quanto atteso nella popolazione normale non abbiamo ragioni di preoccuparci”.  

I numeri, ripete, “sono quelli a cui fare riferimento sempre”. E allora parte proprio da qui per rispondere alle domande su cosa dobbiamo aspettarci dopo lo stop temporaneo e precauzionale al vaccino AstraZeneca, in attesa di nuova comunicazione dall’Agenzia europea del farmaco Ema, attesa per giovedì. “Penso ai dati sugli eventi tromboembolici: se calcoliamo che negli Usa ci sono 300-600mila persone che in un anno sviluppano una qualche forma di trombosi, possiamo stimare che in Italia saranno da 100 a 150mila. Quindi vorrebbe dire che da noi possono verificarsi probabilmente da 300 a 500 episodi di coaguli di sangue al giorno. E’ chiaro che, quante più persone vacciniamo, tanto più ne avremo qualcuna che sviluppa comunque problemi di coagulazione a ridosso dell’iniezione e potremmo volerli attribuire a questa circostanza”, riflette. 

Detto questo, parlando nello specifico delle segnalazioni su cui gli esperti stanno indagando, Remuzzi spiega come ci siano “in alcuni di questi casi delle peculiarità. Si parla di trombosi associate a una carenza di piastrine. Sono aspetti che vanno sicuramente studiati bene – riconosce – e che ricordano certe peculiarità che si possono ritrovare in diverse malattie rare, spesso genetiche o indotte da agenti patogeni come virus o batteri. Ma qui siamo di fronte a un vaccino, che è una cosa completamente diversa. E va precisato che questa caratteristica osservata è comunque rarissima e, stando così le cose, i benefici del vaccino restano decisamente superiori a un eventuale rischio che si dovesse correre”. 

In generale, osserva lo scienziato, “quello di cui dobbiamo renderci conto è che per esempio nel Regno Unito, soprattutto grazie al vaccino AstraZeneca, si è passati da mille a 62 morti” quotidiani di Covid-19 “e ogni settimana si riducono del 30% le malattie gravi, i ricoveri negli ospedali e nelle rianimazioni, le persone intubate e i decessi. Questo mostra l’impatto della vaccinazione e la sua importanza”. 

“Intendiamoci: se stimiamo che in Italia sono state vaccinate con AstraZeneca circa 2 milioni di persone, anche se ci fossero 10 eventi fatali la probabilità sarebbe dello 0,0005%, forse inferiore a quella di molti ai eventi, come per esempio la probabilità di un incidente fra chi percorre la tratta Milano-Roma, e così via. La vita – conclude Remuzzi – è un bilanciamento di rischi e benefici. Noi lo affrontiamo per qualunque cosa scegliamo di fare. Persino metterci in macchina, salire su un aereo o attraversare la strada. E in questo caso del vaccino la nostra scelta di farlo sarebbe a favore dei benefici ancora adesso. Aspettiamo dunque prima di trarre qualsiasi conclusione”. 

Sorgente: Adnkronos

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